La Guerra Israelo-Palestinese a misura di adolescente

guerra

La Guerra, come argomento complesso, allontana e divide. In questo articolo facciamo riferimento ad un conflitto in particolare, quello tra Israele e Palestina, nella striscia di Gaza.

Abbiamo semplificato i fatti storici per aiutarvi ad avvicinare l’argomento in maniera responsabile e per aiutarvi a sviluppare un pensiero sulla tematica.

Cosa succede dentro di noi quando sentiamo parlare di guerra?

Sentiamo che la cosa ci riguardi o preferiamo prendere le distanze?

Per parlare di comportamenti, bisogna partire sempre dalle emozioni che ne sono alla base.

La nostra esperienza è che quando un argomento, come la guerra, è molto complesso, sia sul piano dei fatti che sul piano delle emozioni che suscita, possiamo avere due tipi di reazioni:

- ci può essere la sensazione di rifiuto, di distacco e disinteresse perché è un tema troppo complesso e faticoso o

- una sensazione che ci porta a schierarci, da una parte o dall’altra, dividendo tra buoni e cattivi.

Sono entrambe reazioni normali e frequenti.

Vi proponiamo una guida semplificata all’argomento che dal 7 ottobre 2023 ha scosso il Mondo, ma che ha radici molto più antiche. Come siamo arrivati agli atti violenti di Hamas verso i civili Ebrei? E come siamo arrivati al massacro di una intera popolazione nella striscia di Gaza da parte di Israele?

Vi aiutiamo a capire.

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mappa territorio israele palestina

Ci troviamo in Cisgiordania, quel territorio che chiamiamo Palestina ma che di fatto è, per la maggior parte della sua superficie, sede dello stato di Israele. Israele è uno stato di cultura e lingua ebraica, a differenza della Palestina e di tutti gli altri stati confinanti che sono di cultura e lingua araba.

Gaza è una striscia di terra che si affaccia sul mediterraneo, ed è abitata da oltre 2 milioni di persone, di lingua e cultura araba.

Secoli fa, gli Ebrei abitavano quelle terre, ma a seguito delle invasioni da parte di altri popoli, furono costretti a lasciare quelle terre e si dispersero in tutto il Mondo.

Quegli stessi territori non rimasero disabitati: alcune comunità ebraiche rimasero a vivere lì. Ben presto anche le popolazioni confinanti hanno iniziato a spostarsi in quelle terre e dopo tanti anni, hanno iniziato a sentire che quelle terre fossero casa loro.

Molti degli Ebrei sparsi per il mondo non hanno mai smesso di desiderare il ritorno a casa, alla terra che, secondo loro, gli era stata concessa da Dio.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, il territorio della Cisgiordania era sotto l’influenza del’ Inghilterra che concesse agli Ebrei sparsi in Europa di poter fare ritorno in quei luoghi. La convivenza con gli Arabi della Palestina era pacifica, si instaurarono dei rapporti di lavoro e di scambio.

Alcuni palestinesi, però, iniziavano a sentirsi minacciati da questo ritorno: e se gli Ebrei avessero reclamato, dopo tanti secoli, quelle terre? Cosa ne sarebbe stato di loro?

Gli Ebrei- che erano stati amici fino a quel momento- potevano diventare un nemico che gli avrebbe rubato le terre.

La paura spesso è l’emozione alla base di reazioni aggressive: è la sensazione di essere spaventati da qualcosa che si traduce in atti di forza e di potere.

Dal 1936 circa iniziarono i primi conflitti tra popolazione palestinese e gli Ebrei di Israele.

Nel 1948, finita la Seconda Guerra Mondiale, viene proclamato ufficialmente lo stato di Israele: milioni di Ebrei erano stati sterminati nei campi di concentramento e le Potenze vincitrici sentirono di dover ripagare le ingiustizie inflitte a quella popolazione.

Cosa ha significato per la popolazione palestinese la nascita dello Stato di Israele? Ha significato che, per decisione di alcuni stati europei, oltre 700000 Arabi abbiano dovuto lasciare le terre dei loro padri e dei loro figli. Erano diventati stranieri in casa propria.

Nel tempo, i territori gestiti e governati da Israele sono aumentati sempre di più e il controllo degli spazi in cui i Palestinesi vivono è in mano ad Israele. Gli Arabi sono stati costretti a vivere in campi per rifugiati o nella striscia di Gaza.

A Gaza le persone sono “in trappola”: non possono uscire né via mare, né via cielo, né via terra perché sottoposte ad un blocco totale, gestito da Israele e Egitto.

Ci sono stati dei tentativi di trovare degli accordi tra i due paesi, ma sono falliti e la pace è durata molto poco.

In questo clima di tensione, nella striscia di Gaza ha preso potere Hamas, di cui sentiamo parlare: è un gruppo di stampo militare che di fatto combatte, con mezzi violenti, Israele, identificato come nemico e oppressore. Il 7 ottobre 2023 questo gruppo armato ha sferrato un attacco contro la popolazione civile di Israele (civile è la popolazione non militare, i cittadini come noi), uccidendo molte persone, tra cui giovani, bambini, donne. E molti sono stati presi in ostaggio.

Questo ha dato il via ad una reazione molto violenta di Israele, che ha ricambiato con attacchi rivolti alla popolazione civile araba: adulti e bambini sono stati uccisi a migliaia. A Gaza non arrivano più cibo, acqua, elettricità. Gli ospedali non riescono più a curare i feriti. I bambini non hanno più le scuole e molti vengono messi in prigione.

Guida ad un approccio critico

I “fatti” storici, seppure con qualche imprecisione, sono stati ricostruiti.

Adesso fermiamoci e chiediamoci:

Siamo tentati di prendere le parti di una o dell’altra fazione?

Come facciamo a dire chi ha ragione e chi ha torto?

Sappiamo stabilire chi abbia iniziato?

Ha senso chiederci di chi è la colpa?

Schierarsi è l’unico modo per sentirsi attivi in questa situazione? Come ci fa sentire?

Prendere parte o sentire che il problema non ci riguardi sono atteggiamenti diversi tra loro, ma anche simili: la Guerra e la violenza ci suscitano un insieme di emozioni complesse, ci chiamano ad essere attivi, diventando noi stessi, col pensiero e con le sensazioni che viviamo, una delle due parti in conflitto. O ci portano ad essere indifferenti verso quello che ci succede attorno, perché troppo doloroso.

È strano, ma anche noi, che siamo a casa nostra, cadiamo a volte nella tentazione di cedere a sentimenti violenti, facendo la stessa cosa che fa chi propone la Guerra.

Chi ci perde, in questa situazione?

Se la risposta è: chi ci perde sono le migliaia di vite spezzate, i bambini che non hanno mai visto altro se non distruzione, allora abbiamo capito che non è sempre “schierarsi” la soluzione.

Si può essere coinvolti in quello che riguarda il Mondo che ci circonda mantenendo uno spirito critico.

Collocarsi agli estremi ha il vantaggio di trovare una soluzione a emozioni e fatti complessi, ma non aiuta a capire quello che succede e quello che noi possiamo fare per tutelare la vita.

La domanda che può guidarci è:

come possiamo porre fine a questo dolore e proteggere le persone?

L’invito è a scegliere tra la violenza, che genera altra violenza, e il dialogo, che promuove la convivenza. Noi sosteniamo il percorso del dialogo e della convivenza, aiutando a sviluppare un approccio coraggioso e costruttivo nell’affrontare le sfide umanitarie e cercando soluzioni che preservino la vita e il benessere.

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